Tre stelle marine ... destinazione Buenos Aires

Tre stelle marine ... destinazione Buenos Aires

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Il Conte Grande solcava placido la vastità dell'Atlantico, sicuro di sè. Erano ormai trascorsi diversi giorni senza avvistare le coste.

In alto mare si perde la nozione del tempo e quella dello spazio, ci si sente strani.

Era partito dal porto di Genova nel freddo gennaio del 1938, con destinazione Buenos Aires. Era un’altra traversata del gigante della navigazione italiana che trasportava, tra le altre cose, i sogni di centinaia di immigrati che si ammassavano ansiosi e disorientati in terza classe.


Una famiglia abruzzese, in realtà una parte di essa, lasciava alle spalle la sua terra natìa dalle dolci colline affacciata sull’Adriatico.


La madre, piccola e forte allo stesso tempo, andava a trovare il padre della famiglia, già stabilito nell’ argentata pampa insieme al figlio maggiore.

Padre e figlio, facendosi strada a fatica, con le mani talentose di artigiani calzolai. La madre portava con sè il resto della prole: tre figlie di quindici, diciassette e diciotto anni e due maschi più piccoli. Uno di loro con i postumi implacabili di un poliomielite precoce, che la vita metterà alla prova, più di una volta, per mostrarne la sua tempra d’acciaio; l'altro, con il richiamo della fede che ormai gli esplodeva nel cuore.

La vita di bordo non era facile, il vitto era normale e i divertimenti non erano certo svariati come in prima classe. Le donne del gruppo cucivano a mano, ricamavano, cantavano e intrattenevano i bambini.


A volte, appoggiate alla ringhiera, mentre guardavano i tramonti sul mare, si permettevano di sognare e di pianificare, anche quando il loro avvenire era incerto.


Erano belle, quelle giovani donne. I geni di Maria e di Ottavio avevano giocato bene la loro partita. Le loro figure erano snelle, non tanto alte, dalla vita stretta e avevano i capelli lunghi e castani. Erano simili e diverse allo stesso tempo. Delicate e femminili, non evidenziavano in loro il duro lavoro della campagna. Parlavano bene l’italiano, lasciando da parte il gergo del chiuso dialetto locale. Attiravano l'attenzione quando passeggiavano a braccetto sulla la coperta della nave, indossando abiti belli, prodotto del loro ingegno e di ardue economie, perché erano abituate a farli accuratamente rivelando ciò che sarebbe poi diventato il loro modo per guadagnarsi da vivere.


Guardarle risultava inevitabile. La madre le seguiva da vicino, ma si fidava della virtù delle sue donnine.


Quando i ragazzini della prima o della seconda classe, si avventuravano nella classe inferiore (non accadeva mai viceversa), interrompevano la baldoria per veder passare le piccole italiane, senza che potessero minimamente sospettare ciò che causavano .


I marinai e il personale di bordo erano a volte molto audaci, intercalavano fischi con complimenti in diverse lingue.

Ma chi era veramente affascinato da loro era il capitano.

Il vecchio lupo di mare, dalla barba canuta, i capelli bianchi, gli occhi tinti dell’azzurro del mare e con la divisa immacolata, traboccava di gentilezza e di cortesia quando le incontrava per caso sulla sua nave. Lo faceva con rispetto, con un’aria al tempo stesso paternale e seducente, meravigliato della naturale eleganza e grazia delle giovani donne. Era stupito dalla gioia e dal candore con cui parlavano, evitavano infatti accuratamente di farlo in dialetto per non essere oggetto di burla, secondo le istruzioni del loro orgoglioso padre.


Furono tantissime le conversazioni sostenute in coperta tra il capitano e le ragazze, era lui che le faceva ridere con aneddoti presi dai tanti anni in cui aveva solcato i mari. Era italiano del Nord, secondo quanto mi raccontò mia madre molti anni dopo. Veneziano.


Con nostalgia mamma ricordava il viaggio insieme alle sue amate sorelle, alla nonna e agli zii. Tra i ricordi degli scali nei diversi porti, del mal di mare, della nausea, di tramonti con il sole che si spegne sull’Atlantico, di vicende familiari, di timori di quello che li attendeva o no, sorgeva sempre l’evocazione affettuosa del vecchio capitano del transatlantico che li aveva portati dall’Italia.


Per lui, loro furono in quel viaggio, e così le chiamava, le sue tre stelle marine



María Rosa Infante Concistoro Di Iulio

(traduzione: Alberto Matteo Bertellini)

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