European Wildlife Photographer of The Year: Mauro Tronto premiato con uno scatto dell'Abruzzo

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European Wildlife Photographer of The Year: Mauro Tronto premiato con uno scatto dell'Abruzzo
(di Simona Cilli)

Nato ad Ancona nel 1961, fotografo paesaggista, assiduo frequentatore dell'Abruzzo, Mauro Tronto è stato premiato recentemente in tre prestigiosi concorsi fotografici internazionali con foto scattate nella nostra regione: il GDT (Gesellschaft Deutscher Tierfotografen) in Germania, l’ International Garden Photographer of the Year (IGPOTY) in Inghilterra ed il Memorial Maria Luisa in Spagna.

Conosciamo molto bene il fotografo marchigiano, che da anni attraverso i suoi scatti contribuisce al progetto di Paesaggi d'Abruzzo, partecipando anche alle mostre che abbiamo allestito nel 2015 a New York ed Expo, abbiamo pertanto deciso di intervistarlo dopo questi prestigiosi premi per ringraziarlo dell'importante visibilità internazionale che dà al nostro territorio e scoprire com'è nata la sua passione per l'Abruzzo, raccogliendo qualche prezioso consiglio per i tanti appassionati di fotografia paesaggistica che ci seguono.


- Lago di Campotosto, foto premiata al concorso fotografico internazionale Memorial Maria Luisa -

Come è iniziata la tua passione per l’Abruzzo e quali posti, in regione, sono i tuoi preferiti?

La passione per l’Abruzzo è nata tanto tempo fa grazie ad alcuni miei amici con quali ho iniziato a frequentare posti che ancora oggi rappresentano per me una vera e propria fonte di ispirazione fotografica e non solo. Campotosto e il suo lago, Campo Imperatore “piccolo Tibet” (chissà perché?) e la splendida costa dei Trabocchi, scenari di una bellezza unica e inconfondibile.
Da lì poi è iniziato un lungo percorso di esplorazione che mi ha portato a contatto con paesaggi mozzafiato come ad esempio quelli che vanno dal Ceppo alla cascata della Morricana attraverso il bosco Martese, un percorso del quale non è stato difficile per me innamorarmi a prima vista.

 

Come sei arrivato a partecipare al concorso European Wildlife Photographer of the Year?

Ogni autunno l’associazione di fotografia naturalistica tedesca GDT (Gesellschaft Deutscher Tierfotografen - GDT) organizza e ospita questo grande festival internazionale. Conferenze e presentazioni dai fotografi di tutto il mondo, mostre, dibattiti, seminari e workshop sulla fotografia naturalistica, attirano a Lünen migliaia di visitatori. Nel tempo il concorso ha guadagnato un tale spessore internazionale da essere annoverato oggi a pieno titolo uno tra i più prestigiosi concorsi di fotografia naturalistica al mondo … così ho deciso di confrontarmi e partecipare.


- Campotosto, foto premiata al European Wildlife Photographer of the Year -

 

Dove hai scattato la foto che è stata premiata? ti ricordi le circostanze?

Ricordo la voglia di partire avuta immediatamente dopo la prima nevicata in Abruzzo a ridosso del periodo autunnale, quella voglia di ricercare uno spunto dal sapore “introspettivo” e l’idea di rappresentare il divenire naturale delle stagioni. Direzione Campotosto e dintorni, nell'alta valle dell'Aterno, nello splendido paesaggio del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, zona che ben conosco e che in autunno è uno spettacolo ricco di sorprese.
La flora intorno al lago, di tipo igrofilo, costituita da bistorta, falasco e salice mentre boschetti di betulle, faggete e cerrete si alternano a zone arbustive. E’ da quello scenario lì che ho preso spunto, e dal mio osservare è nata quella fotografia.

 

La categoria “Nature’s Studio” è probabilmente la più peculiare del concorso, puoi dirci di più a proposito della categoria e di ciò che hai voluto comunicare con il tuo scatto?

Quella categoria racchiude fotografie che sviluppano l’idea di forme e colori naturali al di là di una mera rappresentazione. I fotografi possono esprimere il loro punto di vista individuale, fare considerazioni estetiche e trasmettere il loro amore per la sperimentazione fotografica.
In quella categoria si ha la possibilità di esprimere liberamente il proprio stato interiore attraverso una visione artistica o anche pittorica se vogliamo. L’arrivo della neve può imprimere al paesaggio tratti e grafismi unici, come quelli che mi hanno ispirato nella realizzazione dello scatto, scatto che vuol essere espressione sintetica di una profonda mutazione naturale in divenire.

 

Come ti sei avvicinato alla fotografia di paesaggio?

Ho sempre avuto un buon feeling con la natura e tutto ciò che la circonda. Alla fine del 2005 ho acquistato una fuji s5000, una macchina senza grosse pretese, dotata delle sole funzionalità di base presenti nelle attuali fotocamere in commercio. Questo però mi ha permesso di trovare nella fotografia un modo completamente nuovo di emozionarmi e di emozionare, un modo che mai avrei immaginato potesse nascondersi dietro la facciata di una macchina da ripresa.
Ho scoperto nella fotografia di paesaggio una fonte inesauribile di ispirazione che mi ha spinto a ricercare con cura tutti gli elementi in grado di descriverne nel modo migliore forza e carattere. La luce è diventata per me l'elemento distintivo e determinante in questo genere ed è alla sua continua ricerca che ancora oggi destino tutte le mie energie e la mia passione.

 

Che ruolo ha la ricerca e la pianificazione nella tua fotografia di paesaggio?

Quando si approccia la fotografia di paesaggio, la nostra mente proietta un’immagine del luogo che vorremmo scattare, il nostro immaginario dipinge quel luogo in base alle nostre aspettative ideali, quasi a dettare un’idea precisa di ciò che andremo a ricercare sul campo. Questo succede quando il sia ha piena coscienza del “sentire” e trova applicazione concreta nella scelta del luogo e del periodo dell’anno che si sceglie per fotografare.

L’incidenza della luce, delle maree se approcciamo un paesaggio marino, le previsioni meteo della zona, sono tutti elementi che fanno parte della mia “ricerca” del momento, della condizione particolare, dell’esperienza unica da immortalare.

Insomma, la pianificazione di un viaggio è determinante e può fare la differenza sul risultato finale. Ma chi non ha mai trovato una situazione di scatto fantastica in modo casuale, magari lungo la strada del ritorno, dopo una sessione fotografica non entusiasmante? Chi non ha nel proprio portfolio una fotografia scattata in una condizione completamente differente rispetto a quella che aveva “ipotizzato” di trovare sul campo? Nella fotografia di paesaggio non esiste una scienza esatta delle cose, quando si ha a che fare con l’imprevedibilità della natura tutto può mutare, ma proprio questo aspetto mi spinge spesso a tentare anche quando le cose non sembrano andare nella direzione del “pianificato a tavolino”.

 

E che ruolo ha il trattamento di postproduzione degli scatti nel tuo lavoro? Esegui il processo in autonomia?

Premetto che sono sempre stato un assertore del fatto che la fotografia si fa direttamente in macchina.
Scattare porzioni di immagini avendo in mente un prodotto finito da creare successivamente in postproduzione, a mio modo di vedere, riduce la creatività e distoglie energie mentali necessarie sul campo. Sono fermamente convinto che con l’idea di giocarsi tutto al momento dello scatto si realizzano fotografie nettamente più interessanti e convincenti.
Detto questo ritengo la postproduzione una fase fondamentale del processo fotografico necessaria per ottimizzare quello che di buono si è riusciti a portare a casa. Lo sviluppo in camera chiara oggi ha la stessa prerogativa di quello in camera oscura, dove la ricerca di aspetti come il dettaglio, il contrasto cromatico o il colore sono sempre stati considerati un’operazione “necessaria”.
Gestisco personalmente il processo di sviluppo dei negativi digitali (scatto esclusivamente in formato RAW) attraverso un workflow che va dall’importazione e catalogazione dei files fino all’esportazione nel formato corretto ed ottimizzato per l’uso che ne devo fare al momento. Camera RAW è lo strumento software che utilizzo per il rendering di base, mentre attraverso curve, livelli e saturazione sviluppo il risultato finale in Photoshop.

 

Il tuo ultimo workshop in Abruzzo è stato realizzato sulla costa dei trabocchi, dicci qualcosa a proposito dei tuoi workshop!

Durante i miei corsi di norma parto esaminando il programma del workshop, che potrà essere di un giorno, di un weekend, oppure un vero e proprio viaggio fotografico. Questo perché la voglia di trovarsi sul campo, di andare sullo specifico subito e presto, e dunque la ricerca dello scatto da portare a casa, a volte sembra prevalere sull’approccio “preventivo” allo scatto stesso.
Considero costanza e pazienza i “talenti” che un fotografo paesaggista deve necessariamente avere e cerco di spiegare loro questo importante messaggio. Cerco di amplificare le loro aspettative che spesso si limitano al capire l’utilizzo dei filtri neutri piuttosto che l’uso corretto del filtro polarizzatore. Cosa è opportuno apprendere prima ancora di quello che ci piacerebbe fare? Ecco la domanda di rito che funziona sempre!

 

Cosa suggerisci a chi si vuole avvicinare professionalmente alla fotografia di paesaggio, come organizzazione e come attrezzature?

Il paesaggio va osservato, compreso ed interpretato. Ognuno di noi ha la fortuna e la capacità di poter contare sull’attrezzatura migliore al mondo per poter scattare professionalmente fotografie di paesaggio e non solo. I nostri “occhi”! E’ li che bisogna investire. Saper “vedere” è la cosa più difficile e più personale che esiste, ma allo stesso tempo è quella che fa la differenza tra un professionista ed un amatore. Non è importante la luminosità agli angoli di un obbiettivo, ma cosa comunichiamo a chi legge quegli “angoli”.
E’ successo anche a me di all’inizio di questa mia avventura di concentrarmi su temi tecnici o di materiali, ma quando ho cominciato ad intuire che questi temi stavano perdendo il loro “potere” nel mio modo di pensare, ho capito che era iniziato quel processo di maturazione artistica che ancora oggi continua.

 

Come prepari una tua tipica uscita fotografica?

Penso che l’attrezzatura minima indispensabile per una foto di paesaggio sia una fotocamera, un obiettivo grandangolare, un treppiedi e gli stivali da pescatore. Naturalmente quando vado a scattare porto con me uno zaino con molte cose, un esteso set di filtri ND e NDG, un polarizzatore, il cavo di scatto remoto, le batterie di backup, una bolla da flash.
Cerco di rimanere più leggero possibile se devo camminare per lungo tempo prima di raggiungere il luogo stabilito, ma senza rinunciare a qualcosa di cui poi potrei pentirmi. Spesso l’attrezzatura varia anche in funzione del tipo di paesaggio che intendo fotografare, ma in genere non faccio mai a meno anche di un obbiettivo medio tele per qualche dettaglio o situazione che voglio isolare dal contesto.

Riferimenti:

 

 

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