Wildlife Photographer of the Year, il fotografo abruzzese Nicola Di Sario premiato a Londra

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Wildlife Photographer of the Year, il fotografo abruzzese Nicola Di Sario premiato a Londra
(di Simona Cilli)

Pensando all'Abruzzo vengono in mente diverse eccellenze: vinicole, culinarie o naturalistiche. La terra dell'arrosticino e del Montepulciano, però, conta di tante altre eccellenze, quelle umane, degli abruzzesi che si distinguono per un mestiere, un'arte o un'idea. Tra queste eccellenze troviamo il fotografo Nicola Di Sario, abruzzese di nascita e residente a Canosa Sannita, che con le sue splendide foto è stato uno dei primi protagonisti apprezzati su Paesaggi d'Abruzzo.

Nicola, con una foto ad un esemplare di storno splendido blu minore scattata sulle sponde del lago Awasa in Etiopia, é stato premiato come finalista del concorso Wildlife Photographer of the Year, uno dei più prestigiosi concorsi di fotografia naturalistica al mondo. Dopo la cerimonia di premiazione al London Natural History Museum, abbiamo contattato Nicola per fargli alcune alcune domande.

Complimenti, Nicola, per il risultato ottenuto al Wildlife Photographer of the Year. Come sei arrivato a partecipare al più prestigioso concorso di fotografia naturalistica al mondo? Come hai reagito quando hai saputo che la tua foto era stata scelta come finalista nella categoria Black and White?

Grazie! Nell’ultimo anno un po’ per mettermi in gioco e un po’ perché i concorsi aiutano in qualche modo a valutare il proprio lavoro, ho iniziato a partecipare ai principali contest, ottenendo varie soddisfazioni e conferme del buon lavoro svolto.
Il WPY è il concorso per eccellenza per quanto riguarda la fotografia di natura e dopo aver superato le prime fasi a maggio ho ricevuto la comunicazione che la mia foto Eye-light era tra le 100 foto finaliste di quest'anno su 50.000 immagini in concorso.
Sono profondamente e umilmente onorato di questo riconoscimento, la sola idea che la mia foto sia nella splendida mostra allestita all’interno del Museo di Storia Naturale di Londra e in quelle itineranti nel resto del mondo, visitate letteralmente da milioni di persone, è un grande motivo di orgoglio.

Il sole stava tramontando e l'atmosfera è diventata magica, così ho scelto una posizione che mi permettesse di avere come sfondo l'acqua che rifletteva le ultime luci del giorno. L'idea era sottolineare questa atmosfera dark, cornice perfetta per gli occhi seducenti dello storno, con un bianco e nero che si è imposto, nonostante i bellissimi colori del piumaggio.

Per quanto tempo la tua foto sarà esposta al Natural History Museum di Londra? Sei già a conoscenza delle tappe internazionali della mostra?

La mostra stabile nel Museo sarà aperta fino al 10 settembre 2017. Abbiamo potuto ammirarla in anteprima la sera della cerimonia di premiazione e nel giorno dedicato all’incontro con la stampa e posso dire che l'esposizione è fantastica. Il livello generale delle foto finaliste è come ogni anno altissimo e il modo con cui vengono presentate, tramite dei pannelli retroilluminati, completi di didascalie scritte dai fotografi affiancati da uno staff di scienziati e giornalisti, è assolutamente fuori parametro.
Consiglio a tutti quelli in viaggio a Londra di visitarla con calma, ne vale la pena. La mostra stabile sarà affiancata da altre decine itineranti in tutto il mondo, ma al momento sul sito del Museo sono state ufficializzate solo altre date in suolo britannico. Sarà in tournèe, come ogni anno, anche in Italia. Subito dopo l’annuncio a tutti i vincitori è stato sottoposto un questionario in cui, fra le tante informazioni riguardanti la foto premiata, si chiedeva una lista di location per una eventuale tappa locale. Ho fatto il nome di due noti centri espositivi a Pescara e Chieti, speriamo ci siano stati contatti e si possano ammirare le cento foto di natura più belle dell’anno anche nelle nostre città.

 

Nella biografia sul tuo sito, scrivi che la tua passione per la fotografia naturalistica è nata una decina di anni fa, dopo la tua esperienza con la street photography. Cosa, in particolare, ha dettato l’inizio di questo impegno con la fotografia naturalistica?

Amo la natura sin da piccolissimo, da quando mia madre mi faceva guardare i primi documentari di Sir David Attenborough trasmessi in Italia e mi comprava libri e riviste sugli animali e la conservazione: custodisco ancora l’intera fantastica collana sulla vita di Jacques Cousteau.
Sognavo ad occhi aperti di seguire “da grande” i passi di questi uomini straordinari. Anche con la fotografia ho iniziato prestissimo, e conservo ancora varie foto scattate da bambino con gloriose pellicole in bianco e nero come la Tri-x 400 o la Delta 3200, rimaste sempre fra le mie preferite anche in seguito.
L’attenzione per le tematiche sociali, e il fatto che al tempo dell’Università vivessi a Bologna, città ricca di spunti per le foto di strada, mi hanno portato ad appassionarmi a questo genere fotografico in modo automatico, scattando con vecchie macchine 35mm e medio formato, ma ho sempre continuato a seguire documentari e reportage fotografici nei paradisi naturali del mondo. Ho iniziato a praticare la fotografia naturalistica solo un po’ più tardi, quando ho potuto iniziare ad investire in attrezzatura dedicata e dopo aver scoperto che a pochi passi da Bologna c’erano alcune oasi di protezione interessanti e facili da raggiungere.

Da qui in avanti, finalmente nel mio ambiente ideale, ho abbandonato quasi del tutto i soggetti fotografici umani per dedicarmi totalmente alla documentazione ed interpretazione del mondo naturale. Negli ultimi anni sono tornato un po’ alle mie “origini” fotografiche e ho ripreso a cimentarmi nel bianco e nero, fermo restando i soggetti che amo di più.

 

Cos’è per te la fotografia naturalistica? Qual è l’aspetto di scattare foto alla natura ed all’universo, che più ami? Quali sono, invece le sfide maggiori?

Nel mio caso ho iniziato per un motivo semplice, immagino comune alla grande maggioranza dei fotografi di natura: l’amore per i soggetti e la curiosità di vedere e documentare con i propri occhi e i propri mezzi quanto visto su libri e documentari, magari per approfondirne lo studio sul campo.
Amare qualcosa significa esserne emozionato, e la fotografia è sempre stato il mezzo per eccellenza per congelare un’emozione nel tempo. Per me la molla è stata sicuramente questo aspetto. Nel tempo tuttavia, con lo studio dei soggetti, la maggiore conoscenza delle loro problematiche, e l’inevitabile crescente empatia con essi, è diventato sempre più importante cercare di usare la fotografia come strumento per sensibilizzare lo spettatore alla conservazione della natura.
I social network in un certo senso rendono questo più immediato ed efficace, ed è sempre più frequente vedere immagini di fotografi famosi o comunque di impatto, o di denuncia, diventare virali e accendere discussioni, raccolte di firme o comunque aumentare direttamente o indirettamente la consapevolezza verso tematiche di carattere naturalistico. Per tornare nel tema dell’intervista, anche i concorsi, specie quelli così importanti e che lavorano tantissimo sulla diffusione delle foto vincitrici hanno un grande valore sotto questo punto di vista, e quando una foto raggiunge tali livelli di esposizione, si puo’ dire di essere sulla buona strada per raggiungere questo ambizioso obiettivo. Questa è una delle sfide maggiori secondo me, riuscire a trasformare un’idea in foto che sappiano catturare l’attenzione, di impatto, che sappiano comunicare e vivere di vita propria.

 

Da vero abruzzese, tra i tuoi lavori troviamo anche alcuni scatti realizzati nella tua terra: quali sono i luoghi in cui preferisci scattare, quelli che hanno per te un valore speciale, in Abruzzo?

Ti rispondo con grande facilità : la Majella. Al di là del campanilismo per ovvi motivi geografici, dal punto di vista naturalistico è tutt’ora uno dei luoghi più ricchi di biodiversità che abbia mai visitato. Ma non è solo la natura ed esercitare un grande fascino su di me: le testimonianze visibili della presenza dell’uomo sin dal paleolitico, la mitologia, dalla leggenda di Maja ai culti animisti come quello di Bona, dea della fertilità, gli eremi, le testimonianze del brigantaggio e della vita dei pastori, fanno della Majella per me un posto assolutamente magico e ricco di spiritualità. Mi emoziona il solo metterci piede.

 

C’è un esemplare della fauna Abruzzese in particolare, che preferisci fotografare?

Mi ritengo un fotografo piuttosto generalista e amo la natura a 360°, per questo non ci sono soggetti che prediligo in modo assoluto, a meno che non stia seguendo un progetto particolare.
Vorrei però cogliere l’occasione per dirti che ho scelto espressamente di non fotografare un soggetto, e spero che questo venga letto e preso come spunto di riflessione da un numero sempre più alto di appassionati di fotografia di natura. Ho scelto, come altri miei colleghi, di attuare una forma di autolimitazione per quanto riguarda specie particolarmente sensibili, mi riferisco in particolare all’orso marsicano. Nel 2013 l’AFNI, l’Associazione dei Fotografi Naturalisti Italiani, di cui faccio parte, ha prodotto un decalogo con regole di assoluto buon senso per quanto riguarda l’impatto che anche una pratica apparentemente innocua come la fotografia puo’ avere sulla vita del nostro animale icona per eccellenza.
Sempre di più, purtroppo, assistiamo a fotografi, che, in cattiva fede o per inesperienza, pur di avere uno scatto mettono a rischio la vita di questo animale o creano un inutile disturbo, solo per avere qualche “mi piace”. Non c’è niente che giustifichi questo, che spinga qualcuno ad avvicinarsi a distanze spesso ridicole, vada fuori sentiero, crei disturbo in fasi fondamentali e delicate della vita dell’orso, quando è più “facile” da fotografare. Dal momento che esiste già una documentazione scientifica di alto profilo e fatta da professionisti, davvero non ha senso mettere a rischio la sopravvivenza di una specie così delicata e già pesantemente minacciata dalle attività umane, solo per qualche approvazione sui social network. Gli stessi Parchi ed altre associazioni hanno sollevato, a volte anche con un certo clamore, questo problema. La vita e la salute dei nostri soggetti è più importante di una fotografia. Mi auguro che in futuro cresca sempre di più la consapevolezza verso questi temi e che vada scemando sempre di più il fenomeno dell’emulazione e della condivisione su social network di informazioni delicate sulla presenza del plantigrado, pratica assolutamente da evitare.

Consiglio a tutti di consultare il decalogo qui

 

La fotografia naturalistica ti ha portato a viaggiare molto: dall’Etiopia, dove hai scattato la foto arrivata al Wildlife Photographer of the Year, alla Norvegia, al Regno Unito. Raccontaci della location in cui hai trovato le soddisfazioni più grandi.

La mia predilezione per gli ambienti artici mi farebbe dire la Scandinavia, che mi ha sempre regalato belle soddisfazioni fotografiche e grandi emozioni e dove sto per tornare a dicembre. Ho sempre avuto il piacere e la fortuna di organizzare questi viaggi con la bravissima fotografa Simona Tedesco, con cui condivido vita e passioni, e questo già basta a farmi portare queste esperienze nel cuore.

Per quanto riguarda foto che hanno avuto un certo successo invece direi L’Etiopia, un grande paese dove ho incontrato persone meravigliose e con una grande dignitá. Oltre alla foto presente nel WPY, qui ho potuto coronare il sogno di osservare e fotografare uno degli animali che ho sempre desiderato vedere in natura ed il cui status conservazionistico é molto delicato, il lupo etiope.
Il mio portfolio dedicato alle minacce verso questo incredibile abitante degli altipiani etiopi è stato premiato al Nature Images Awards, indetto da Terre Sauvage e IUCN - Unione Mondiale per la Conservazione della Natura. Purtroppo l’Etiopia da paese tranquillo che ho visitato due anni fa, sta diventando un nuovo teatro di violenze ed è sull’orlo di una guerra civile, e questo mi riempie il cuore di tristezza. Spero che la situazione per questa gente migliori il più presto possibile e si possa tornare a visitare questo bellissimo paese senza correre rischi, e soprattutto che si possano tornare a svolgere i vari progetti umanitari e di conservazioni fondamentali per questa regione.

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Per il futuro prossimo sto lavorando a due progetti che andranno a conclusione, spero, nel corso del nuovo anno.
Il primo si chiama “The World We Left Behind” ed è un po’ il punto di congiunzione di tutto ciò che ho fatto dal punto di vista creativo negli ultimi venti anni: fotografia, musica, video. Il cuore narrativo è composto da una serie di foto in bianco e nero, per partire in un viaggio multisensoriale a tinte cupe. La foto premiata al Wildlife Photographer of the Year fa parte di questo lavoro, che spazierà fra media diversi. Spero di anticipare qualcosa a breve.

Il secondo progetto, la cui realizzazione tecnica sta per partire proprio nel mese di novembre, è un lavoro che ho il piacere e l’onore di condividere con uno dei fotografi / videographer che stimo di più, Alessandro Petrini. Non posso scendere nei dettagli, ti dico solo che non sarà un timelapse come potresti aspettarti da questa nostra comune passione, e la natura sarà uno dei temi, ma non il solo. Inutile dire che il palcoscenico sarà il nostro amato Abruzzo.

Ti ringrazio per la bella intervista e per avermi dato lo spunto per parlare di tematiche a me care, è un grande piacere per me essere su Paesaggi d'Abruzzo.

 

Per chi volesse seguirmi o vedere le mie foto o i miei lavori in timelapse e video, il mio sito è www.nicoladisario.it, il mio profilo Facebook è www.facebook.com/nicoladisario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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