Ode al Monte Bolza - Gran Sasso d'Italia

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Ode al Monte Bolza - Gran Sasso D'Italia

di Marco Faliero

A volte (spesso?) i fotografi, ed in particolare i fotografi di paesaggio, inteso per fotografi chiunque intenda letteralmente “scrivere con la luce”, si fissano con dei luoghi. In pratica tendono a tornare più e più volte nello stesso posto, in diverse stagioni, in diverse condizioni meteo etc. Non è un caso. La fotografia di paesaggio è una fotografia “lenta”, riflessiva, richiede maturazione ed impegno. Tornando più volte nello stesso luogo, credo, il luogo stesso ha il tempo di “maturare” dentro di noi.

La prima volta che ho visto il Monte Bolza in vita mia è stata attraverso gli occhi di Vincenzo Mazza. Probabilmente vi ero passato davanti diverse volte nella piana di Campo Imperatore ma senza mai vederlo (è questo forse il ruolo della fotografia? Farci vedere quel che non vediamo?) Quella di Vincenzo era una splendida foto che ritraeva il profilo della cima est (non la cima più alta) del Bolza poco dopo una nevicata, con la luce del tramonto che filtrava fra le nuvole. Non pensavo fosse Abruzzo, pensavo fosse Islanda. Il profilo di quel monte mi ricordava vagamente il Kirkjufell, un monticello a forma di piramide quasi tronco-conica, perfetta. Sembrava Islanda, per l’appunto, se non fosse che verso destra nella foto si distingueva il profilo del Corno. Da allora il Bolza è diventato per me una piccola ossessione. La sua posizione nella piana mi intrigava. Ero intenzionato a capire cos’altro ci si potesse tirare fuori di buono. E soprattutto, volevo salirci sopra, volevo essere sulla cresta del monte che avevo visto in quella foto, e verificare se da lassù la vista poteva essere strategica.

Così ci sono salito, per la prima volta, verso Giugno. Ero solo, il che mi ha dato la giusta condizione di isolamento mentale per concentrarmi. Verso le ultime roccette prima della cima-est alzo gli occhi verso l’alto per capire quanto manca e spunta una testolina… di lupo. La reflex è ancora nello zaino. Mi dico: se ora mi distraggo per prenderla, mi perdo questo spettacolo. E così rimango a fissarlo, dal basso, mentre lui mi fissa, dall’alto. Fermi, immobili, a una trentina di metri di distanza. Poi, molto calmo, si gira e se ne va, probabilmente scende dal lato opposto al mio. Ancora emozionato, riprendo a salire, nella speranza di rivederlo magari mentre scende, ma non sarà così. Arrivo su in cresta, non c’è nessuno. E’ tutto mio. Manca un’oretta al tramonto. Ho il tempo di fare su e giù per il primo tratto di cresta che ho davanti e scegliere il punto di vista su cui scommettere. Mi fermo vicino ad un grosso spuntone di roccia che emerge dal vuoto,decido che sarà nel mio primo piano. Comincio ad inquadrare, e mi accorgo che nel mirino riesce ad entrare il primo piano, la cresta del Bolza in secondo piano, e dietro ancora la catena del Gran Sasso. Non ho ancora la certezza di dove scenderà il sole fra pochi minuti, ma potrebbe persino finire per illuminare il mio primo piano, riunendo in un attimo con la sua luce l’incredibilmente lontano a ciò che è sotto i miei piedi. Così è.

Sono abbastanza soddisfatto. Scatto poco altro, penso che già ho avuto abbastanza e decido di scendere prima che sia completamente buio per oggi.

Poco tempo dopo partecipo ad un concorso indetto da Paesaggi d’Abruzzo, c’è anche una categoria “landscapes” e il vincolo è il territorio aquilano. Perfetto. Riesco ad ottenere un secondo posto ex-aequo, e guarda caso in giuria c’è Vincenzo Mazza, che ho l’occasione di conoscere la sera (una bellissima serata) della premiazione. Sembra che si chiuda un cerchio, cominciato con la sua foto. Vincenzo fra l’altro mi domanda proprio il perché della scelta del punto di vista. Dico che è cominciato tutto con una sua foto, non so se mi abbia creduto.

Insomma, ormai il Bolza è nel mio cuore. Ci torno molte altre volte. Scopro che le sue rocce in primo piano illuminate dal tramonto staccano benissimo con la luna che albeggia dal lato opposto su uno sfondo freddo.

Scopro che il suo profilo che si erge dalla piana in mezzo ai dossi e ai dislivelli del canyon dello Scoppaturo è incredibilmente suggestivo.

Scopro che il rapporto fra la sua cresta e la cresta della catena del Gran Sasso dietro è sempre molto interessante, a volte si colgono dei parallelismi.

Mi manca in veste invernale. Decido un paio di settimane fa, dopo la prima grossa nevicata, di proporre un’uscita a degli amici del CAI di Teramo. Detto fatto. Dovremo rimanere per il tramonto, le condizioni promettono bene ma è previsto molto freddo la sera (-5°/-7°) e andranno valutate bene le condizioni per salire e scendere. Arrivati ai piedi del monte indoviniamo quella che sarà la nostra via di discesa dalla cresta una volta su, ci sentiamo abbastanza sicuri e saliamo su una neve molto fresca, da ciaspole. Quando salendo ci si scopre la piana sotto, completamente innevata ed intonsa, vergine, è già un’emozione enorme.

Siamo su molto presto, abbiamo più di un’ora e mezza per il tramonto. Vedo dei ragazzi che sono saliti dal lato opposto al nostro che nel frattempo scendono più o meno dove avevamo in mente di scendere noi, loro però affondando addirittura senza ciaspole nella neve fresca sul lato sud assolato. Mi rincuoro ancora, la discesa sarà molto tranquilla. Dopo esserci riempiti gli occhi decidiamo dove fermarci per il tramonto, decidiamo di avvicinarci al punto da cui scenderemo. Benissimo, è un ottimo punto. La luce comincia a tingersi d’oro.

Il tramonto è ottimo e la sua luce sembra illuminare la via che prenderemo per la discesa, percorsa prima di noi dai ragazzi che ho visto scendere

... ma lo spettacolo vero comincia poco dopo. Sembra che ci sia un pittore nel cielo che si diverte a stupirci, secondo dopo secondo. Le striature assumono colori intensi che ben contrastano con la neve fredda in primo piano.

L’ultimo scatto lo dedico ad un tema con cui ormai ho già familiarità: la cresta del Bolza in primo piano e il Gran Sasso dietro. Questa volta però il punto di vista mi consente di inserire la Piana in mezzo, ed è tutto perfetto. Il pittore ci regala l’ultima, delicata pennellata.

Ci rendiamo conto che siamo stati rapiti da quel che abbiamo visto e ci siamo gelati, decidiamo che il momento è arrivato, e durante gli ultimi scatti cominciamo a prepararci per la discesa con le lampade frontali. Come previsto, la neve sul lato sud è ancora morbidissima, si affonda anche troppo. Questa volta sono più felice di tutte le altre volte che sono stato quassù, perché questa volta ho condiviso con degli amici quei bei momenti.

Ma mi manca ancora molto da indagare di questo piccolo monticello in mezzo alla piana… il suo rapporto con il canyon per esempio è imprescindibile, e sono già stato di notte e mi sono accorto che anche con le stelle ha qualcosa da dire, devo approfondire ancora… Ma per fortuna abito in Abruzzo, per cui ci sarà occasione per tutto questo.

 

 

 

 

 

 

 

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