Cocullo - Il Paese dei Serpari

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Cocullo - Il Paese dei Serpari

di Sergio Scacchia

Se consultassimo un atlante, individuare il paese di Cocullo sarebbe laborioso, incastonato com’è al confine tra la Marsica e la Valle Peligna. Però, chi prende la strada tortuosa e stretta che, in mezzo a mille curve, sovrasta le profonde gole del Sagittario, addentrandosi fra montagne selvose, rupi contorte a picco e pinnacoli danteschi, fino a giungere a questo borgo, tutto desta meraviglia. Il Parco Nazionale è distante pochi chilometri, con Villalago, il lago di Scanno e Passo Godi, luoghi turistici, dove non mancano ristoranti e alberghi.


foto di Mauro Silla - 2014

 

Cocullo rimane, nel suo splendido isolamento, come sospeso nel tempo, luogo dove storia e natura si abbracciano idealmente, dove il visitatore viene sorpreso dai colori forti dell’ambiente e dagli scorci spettacolari di un borgo ricco di secoli d’esistenza.
A chi lo visita, è rigorosamente chiesto un passo lento e la voglia di scoprire l’anima incantata del paese.
La prima volta che arrivai qua fu per caso. C’era una pioggia giallina di scirocco e in cielo nuvoloni lunghi come sgombri. Ero partito per visitare Anversa degli Abruzzi, il paese tanto caro al “Vate”.
Fu qui, infatti, che Gabriele D’Annunzio volle ambientare la sua famosa tragedia “La fiaccola sotto il moggio”.

Mi fermai invece un’intera giornata nel “paese dei serpenti”.


foto di Denio Di Nardo - 2014

 


foto di Sergio Pancaldi

 

Sì perché Cocullo è conosciuto con questo nome, ovunque vai. Qui ogni primo maggio, infatti, si svolgono i grandi riti folcloristici in onore di San Domenico, monaco benedettino, nato a Foligno e giunto, alle soglie del Mille in Abruzzo, dove fondò chiese e compì numerosi miracoli.
E poiché il santo taumaturgo, oltre ad essere protettore delle tempeste, lo è anche per febbri e malattie causate da morsi di animali selvaggi e velenosi, ecco che i cocullesi si sono inventati da molti anni, una manifestazione e una processione, ormai conosciuta nel mondo, quella dei “serpari” figure incredibili.


“È frate del vento. Poco parla. Ha branca di nibbio, vista lunga. Piccolo segno gli basta…”. Così Gabriele D’Annunzio li descriveva magistralmente alla sua maniera. Gli abitanti sanno sempre se la festa sarà indimenticabile.
Dicono: “Li ciaralle sono ispirati…le serpi agitate, oggi sarà gran festa”.


foto di Sergio Pancaldi

 

I cocullesi li chiamano proprio così, “ciaralli” questa sorta d’incantatori di rettili, eredi di quelli che un tempo erano ritenuti immuni dai morsi e dal veleno dei serpenti. Nell’antica Roma erano i “marsus”, maghi capaci di ordinare agli animali striscianti di stare quieti.

Il cerimoniale di questa festa inedita è, da sempre, condito di atti propiziatori e superstiziosi che affondano le radici in un passato lontano del tipo, suonare la campanella all’interno della chiesa e tirando la cordicella con la bocca, rito che metterebbe il fedele al sicuro dal mal di denti, o ancora terra benedetta portata a casa e sparsa nei campi, che salverebbe i raccolti dagli animali nocivi, pani benedetti distribuiti da ragazze in costume che avrebbero virtù antirabbiche.
Con l’arrivo della primavera, gli abitanti del paese si recano nei campi per catturare i serpenti che saranno gli accompagnatori della statua del santo durante la processione.


foto di Sergio Pancaldi

 

In ogni edizione, migliaia di pellegrini devoti, curiosi e turisti accorrono in questo minuscolo borgo per assistere allo spettacolo unico della statua adornata da serpenti che si aggrovigliano, in stile horror gotico, intorno all’immagine sacra. Il santo, tra le bisce che passeggiano intorno al collo e al petto, in processione con il paramento scuro da monaco, il pastorale, l’ondulato mantello di legno scolpito e verniciato, il gesto e lo sguardo sospeso, sembra raccogliere il bisogno di protezione del popolo devoto. È il simbolo del dominio di San Domenico sugli animali.

L’enorme partecipazione popolare dà fortemente valore a una festa singolare che aiuta a non far morire uno dei tanti paesi a rischio di estinzione a causa dell’emigrazione. Cocullo, simbolo della più atavica cultura abruzzese, custodisce un interessante Centro di Documentazione sulle Tradizioni popolari che merita sicuramente una visita.


foto di Sergio Pancaldi

 

 

 

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