Il risveglio dell'orso

Il risveglio dell'orso
di Dario Rapino


22/02/2014 - Sui libri c'è scritto che in febbraio è presto per osservare l'orso, ancora rintanato a dormire. Ma l'aria tiepida di questo ultimo periodo mi incoraggia e qualche voce mi è giunta all'orecchio. Insomma, l'istinto mi dice che con tanta fortuna qualcosa può accadere. Mi avvio che è ancora notte verso i miei monti marsicani.

La neve è ormai solo in quota, quest'anno ne è caduta poca. Nuvole grigie, nere e biancastre si muovono velocemente sulle creste e non promettono nulla di buono. Ma ormai è deciso: si va.

Oggi sono solo, Federico mi aveva chiamato per un'escursione in Val di Rose, ma il richiamo dell'Orso marsicano è in me troppo forte. Meglio qui (la località è stata omessa per salvaguardare l'orso). Percorro il sentiero nella foresta, che di tanto in tanto si apre ad ampie radure; qui in primavera il nostro plantigrado ama pascolare per rimpinzarsi di erbe e radici. E' il sistema che ha escogitato per riattivare l'intestino dopo il lungo letargo.

E poi di nuovo bosco, dove i canti di cince, fringuelli, tordi e chissà che altro ancora è stordente, così come il ticchettare frenetico dei picchi. Dall'alto si ode chiaro il sibilante richiamo della poiana in caccia o alla ricerca di una compagna.

Gli animali sanno che il grande freddo è ormai cessante. Sono quasi tre ore che vago e qualche bel cervo si è mostrato come sempre maestoso. E' all'improvviso che tutto si tace intorno a me, solo il lento lamento delle cime dei faggi ancora spogli piegati dal vento rompono un silenzio irreale. Così accade in estate prima di un temporale, ma ora - penso - non è estate.

Ecco, sono quei momenti in cui ti scopri rapito da un imminente incanto. Sì, lì dietro, poco in basso, tra quel cumulo di rovi dritto sul mio naso percepisco un indistinto qualcosa tra un soffio ed un respiro profondo ed affannoso.

Mi fermo, mi sdraio a terra, smetto persino di respirare. Sento il rimbombo dei miei battiti dentro le orecchie: tum-tum-tum-tum... Una massa indistinta e brunastra sembra muoversi. Chiudo gli occhi, scuoto la testa, scaccio le allucinazioni. Ma quando il rumore sordo di un masso rovesciato sulla nuda terra mi fa trasecolare, allora capisco che Lui, Tata Urtzu (così lo chiamavano gli antichi abruzzesi) è qui.

Il cuore è ora impazzito, resto sdraiato pancia in giù e dò un profondo respiro prima di mettere la macchina fotografica agli occhi: ho poca luce e non voglio rischiare di avere foto mosse. Lui non mi vede, ma avverte il mio odore, smette di grufolare ed annusa l'aria. Ormai mi ha sentito, è a meno di cento metri da me.

Il tempo di pochi scatti e Tata Urtzu lentamente e silente, così come era arrivato, scompare dietro un lieve declivio. Mi giro di scatto supino, sento gli alberi ed il cielo cingermi in un forte abbraccio. Dapprima sorrido, poi non riesco a trattenere una forte, liberatoria risata. Qualche fiocco ora vien giù e mi rammenta che è tempo di tornare indietro. I passi sono ora leggeri, come il cuore, come la mente. Sì, bisogna credere nei miracoli. Almeno ogni tanto...

di Dario Rapino

 

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