Transiberiana d'Italia - Aln 668, Appunti semiseri di bordo

Transiberiana d'Italia - Aln 668, Appunti semiseri di bordo

Che non si fosse trattato di una domenica come le altre lo si era capito dalla carica positiva che si respirava in settimana, fatta di attesa, di telefonate, di corri di qua e di là per gli ultimi preparativi. Nessuno sbarco sulla Luna, nessuna circumnavigazione dell'Africa, un qualcosa di molto più semplice, all'interno del territorio della nostra regione ed oltre, che a breve però rischia di diventare impossibile.

La ferrovia che da Sulmona, centro d'Abruzzo, si arrampica sulle montagne verso gli altipiani in quota, l'Alto Sangro ed il Molise fino a confluire con la linea che conduce per Napoli è lì da 116 anni, portati benissimo, molti la chiamano la Transiberiana d'Italia ma per tutti coloro che l'hanno vissuta nella propria quotidianità rimane la Sulmona-Carpinone o al più la “Napoletana”, per via della destinazione simbolo che univa Adriatico e Tirreno valicando le montagne. Una cerniera lungo la dorsale appenninica di 129 km fatta di viadotti, gallerie, paravalanghe, trincee, sistemi drenanti, perfettamente integrata nel paesaggio, senza invaderlo o deturparlo come certe opere viarie di casa nostra…mai come in questo caso forse una citazione tratta da L'Italia in Seconda Classe del grande Paolo Rumiz risulta così azzeccata: “la ferrovia segna l'ultima alleanza tra funzionalità ed estetica. L'autostrada, invece, decreta la sconfitta della bellezza”. Di storie sui suoi binari la Sulmona-Carpinone ne ha viste tante, fatte di emigrazione, di licenze di militari, di contadini e pastori, lavoratori e studenti alle prese con il pendolarismo montano, poi di sciatori, vacanzieri d'ogni sorta fino al vuoto, all'abisso, all'abbandono più totale sancito da politiche di gestione del trasporto volte ad eliminare una tratta ferroviaria ri-concepita come peso e non più come risorsa. Storia comune a molte altre ferrovie secondarie, rami secchi in un Paese che ha smarrito persino le sue radici.

Storia recente, non è passato neanche un anno e mezzo dall'ultima corsa, il 10 dicembre 2011: eravamo una ventina a bordo dell'ultimo treno, per capire se si trattasse di un punto di non ritorno o piuttosto l'inizio di una battaglia fatta a colpi di tracce orarie, mete turistiche, studi sulla mobilità, incontri formali o informali con gli amministratori locali e tentativi di aggancio delle istituzioni regionali. Non potevamo rimanere fermi, lo dovevamo ognuno alla nostra singolare storia, che vedeva quella ferrovia testimone di tanti aneddoti e di ore passate a guardare fuori dal finestrino, incantati dallo spettacolo della natura.

Siamo ad aprile 2013, alle spalle la nevicata del '12 e un'estate torrida che ha portato alla nascita dell'associazione , racchiudendo in sé tutte le istanze a difesa della ferrovia provenienti da ferrovieri di mestiere come Francesco Tufano ed appassionati di lunga data come i ragazzi e pionieri dell'associazione Le Rotaie Molise, cittadini e sindaci del territorio, ritrovatisi senza treni all'improvviso, cosa malauguratamente e temporaneamente riuscita solo alla distruzione del secondo conflitto mondiale.

Tanti treni turistici organizzati e in calendario per tutto l'anno, che stanno riscuotendo grande successo, alla scoperta della bellezza della ferrovia e della montagna, e per promuovere un'idea di turismo lento, itinerante, che valorizzi le peculiarità di luoghi troppo spesso dimenticati per via del loro isolamento, ma forse, proprio per questo, ancora genuini e capaci di regalare emozioni uniche. E dietro poi c'è l'obiettivo più arduo e nobile, quello della riapertura della linea al trasporto pubblico, dimostrando proprio in questo modo che siamo di fronte ad un patrimonio da tutelare verso il quale non sono necessari investimenti milionari, la ferrovia infatti è lì, perfettamente attrezzata e dotata di tutti i sistemi di sicurezza, per giunta di recente installazione, e non si muove, sono sufficienti solo competenze in tema di trasporti per dare nuova linfa e ricucire un territorio.

L'aria è già tiepida a Pescara, il primo sole fa capolino da levante, non sono neanche le 7 del mattino e le strade ovviamente sono deserte. Sono questi i momenti in cui viene voglia di fare delle riprese per la città o di godersela a piedi o in bici, per scoprirne i lati nascosti dal via vai quotidiano, ma non oggi; oggi la destinazione è Sulmona e il treno “Identità Storica partirà alle 9:30, per un viaggio in terra altomolisana, con destinazione finale il borgo di Pietrabbondante, sede della più importante area archeologica di epoca sannita.

Trasmetto ai miei amici compagni di viaggio, o forse sarebbe meglio dire vittime, la mia ansia di arrivare, nella speranza che tutte le operazioni prima della partenza vadano a buon fine; ma è utilissima e funziona, non ci sono dubbi, perché ti fa vedere il mondo come se si trovasse costantemente sull'orlo di una catastrofe e ti costringe quindi ad essere sempre aggrappato sul filo dei minuti. Quasi una strategia di auto-convincimento per presentarsi in stazione puntualissimi. Tante cose da fare all'arrivo, il tempo vola e già il primo binario si popola di quasi 300 persone, insomma è tutto vero, il treno è lì, pronto, 4 carrozze che conosco bene, le Aln668, acronimo di automotrici leggere a nafta, da 68 posti l'una, create appositamente per scalare le pendenze severe delle montagne abruzzesi: una o forse anche più di una tra queste anni fa mi portava a Napoli, “il mio salotto” come lo chiamavo io, per lo spazio e la comodità che avevo tra bagagli, libri, musica, panini, senza dare fastidio a nessuno.

Cosa facciamo? Si parte? Partiamo. Certo conosco bene il tragitto ma mai potrei dire di non stupirmi ancora alla veduta dall'alto della conca peligna e del Gran Sasso innevato in lontananza o dell'imponente massiccio del Porrara sotto il quale il treno come un bruco sferraglia nascondendosi di tanto in tanto in galleria.

Ma la novità per me oggi è la conoscenza dal vivo con il folto gruppo di Paesaggi d'Abruzzo, la community che oggi si è riunita sul treno in circa 70 tra amanti della fotografia, appassionati e bloggers. E finalmente, dopo mesi di email, telefonate e messaggi, ho il piacere di incontrare di nuovo Alessandro Di Nisio, che ha ideato questo portale di successo ma che soprattutto nell'ultimo periodo si è misurato pazientemente con il mio bombardamento e proprio per questo già in processo di beatificazione.

Secondo me era destino. Alfieri della montagna, della fotografia e della ferrovia...unire questi tre elementi dalle nostre parti significa inevitabilmente nominare la Sulmona-Carpinone, ed eccoci qui, un incontro nato e cresciuto nel tempo, diventato realtà, per salvare una ferrovia, un patrimonio di tutti noi, dall'oblio.

La carrozza è la numero 1, ma potrebbe anche non essere numerata per quanto è inconfondibile. Una Santa Barbara di macchine fotografiche, un'atmosfera speciale, rumorosa e di festa, contagiosa per l'entusiasmo tanto da far sentire anche me, che ogni tanto faccio capolino da quelle parti, al primo viaggio sulla Transiberiana d'Italia. Mi tratterrei volentieri per tutto il viaggio con loro, ma su un treno in movimento (e che movimento!) di 4 carrozze, per chi ha il delicato compito dell'organizzazione, ci sono sempre richieste da esaudire e cose da controllare.

Arriva l'imprevisto della mattinata, lo spauracchio che nessun ferroviere o chi del mestiere vorrebbe sentire, figuriamoci chi del mestiere non è: “il rallentamento in linea”. A Campo di Giove ci viene comunicato che dal km 49 al km 51 si dovrà procedere a 30 km/h per motivi tecnici, poca roba per fortuna, ma quella prolungata conversazione telefonica del capotreno con il dirigente nell'ufficio della stazione aveva già prefigurato in me le peggiori catastrofi.

Nessuno dei viaggiatori la prenderebbe come una notizia negativa, anzi, si ha l'occasione per gustarsi più a fondo quanto di bello viene solcato dai binari, ma a Pietrabbondante ci aspettano. E il viaggio scorre, dopo la prolungata sosta di Palena e l'accoglienza del Parco Nazionale della Majella, tra pane, olio, caciocavallo e vino rosso, anzi “Rossello”, e l'aria si surriscalda, e come non potrebbe essere altrimenti!

Ci pensano poi Andrea e Silvia, i ragazzi del gruppo di musica popolare abruzzese Lu Sole Allavate, a trasformare i vagoni in una festa senza fine: i canti e le spietate rime dialettali accompagnate da tamburello e organetto rompono tutti gli schemi, se mai ce ne fossero stati, e, molto semplicemente, non-si-capisce-più-niente.

Il treno ci lascia alla stazione di Pescolanciano-Chiauci, in lieve ritardo sì, ma con un tempismo perfetto per farci respirare dopo l'abbuffata di risate a bordo. Fuori ci sono un sole e una giornata ideali per stare all'aperto, e io la prendo alla lettera: all'arrivo a Pietrabbondante mi dò letteralmente alla macchia, come un brigante, approfittando della pausa pranzo dei viaggiatori nel palazzetto dello sport, l'unica struttura in grado di contenerci tutti, allestito magistralmente per l'occasione dal comune e dalla Pro Loco tra musica e mercatini di prodotti del luogo. Un'ora rubata proprio al mio di pranzo, che rimarrà solo immaginario, per recuperare qua e là il rapporto con il verde dei prati, in compagnia degli amici, prima di fare l'ingresso nell'area archeologica dove tutto quello che nelle settimane precedenti avevo sognato accadesse, mettendo in piedi l'evento, è successo.

Lo spettacolo di presentazione del romanzo storico sull'epopea dei popoli italici, Viteliú – Il Nome della Libertà dello scrittore Nicola Mastronardi, rapisce i viaggiatori accorsi nel teatro sannitico, con le sentite interpretazioni di Daniela Terreri e Sergio Sammartino, accompagnate dalla melodia del pianoforte, a volte leggera, quasi un velo, a volte inquietante e perentoria, come un tuono, del bravissimo Simone Sala. Momenti davvero suggestivi, immortalati anche dalle telecamere della rubrica del Tg2 Rai Sì Viaggiare, in un posto incantato in cui tutti o quasi i viaggiatori non erano mai stati prima, dove il tempo si è fermato ed ha restituito all'uomo la dimensione del silenzio, dell'introspezione e del nudo contatto con gli elementi essenziali della natura.

Viene voglia di rimanere lì, distesi, accarezzati da una brezza di montagna che maschera un sole già aggressivo, che a fine giornata andrà via dopo aver colorato beffardo i volti di ognuno di noi. I viaggiatori sono poi accompagnati dallo stesso Nicola Mastronardi e dalla giornalista e guida Adelina Zarlenga nella visita del sito archeologico, svelando tutti i segreti ed i misteri nascosti di quelle pietre megalitiche evocate nei passi del romanzo.

Saremmo pronti per ripartire, sono quasi le 17, ma la sosta si prolunga con una breve visita al borgo di Pietrabbondante, che per tutto il pomeriggio, dall'alto delle sue Morge, ci aveva osservati da sentinella del territorio quale è sempre stata. La piazza del paese, che nelle mie sporadiche sortite in zona ricordo grande ed austera, si affolla di pullman, un formicolare di gente, sembra quasi un suk all'interno di una medina e di certo non si passa inosservati tra gli abitanti del luogo. Mi concedo una passeggiata tra i vicoli che offre spunti di riflessione insieme ad Alessandro Sonsini e Cecilia Greco del format Talenti e Territori, una chiacchierata, a tratti uno sfogo, per quanto questa terra sia bella ma lasciata al suo destino. Piccoli borghi con i loro amministratori che fanno il possibile per tirare la carretta, a volte fanno veri e propri miracoli contro un destino ingrato deciso dall'alto che ha chiuso tutte le prospettive di sviluppo, mozzando le ali alle idee e costringendo i giovani a fare le valigie.

E così anche la ferrovia, ignorata in quanto antieconomica; ma antieconomica per chi? Secondo quale modello di gestione? A questo punto di una giornata così intensa e ricca di avvenimenti, di storie e di fatica organizzativa, credo che le risposte a queste domande siano note anche i falchi solitari che si godono le correnti d'aria sopra le nostre teste, quasi a salutare una così inconsueta e numerosa presenza in paese.

Si torna a valle per riprendere il treno, che ci aspetta già da più di mezz'ora; in prossimità della stazione mi rendo conto che proprio la presenza del treno fermo ha chiuso il passaggio a livello poco distante.

Di traffico da quelle parti non ce n'è mai stato molto, ma un passaggio a livello chiuso per più di mezz'ora crea una fila anche a Capo Nord...le macchine sono in attesa con la gente appollaiata fuori, non propriamente contenta, invadendo il binario di tanto in tanto per scorgere in lontananza qual è il motivo di questa sosta così lunga. Perfino un pastore, sornione nel suo passo cadenzato con il suo gregge di pecore, ci guarda stranito. Io, lapidario, gioco di parole dovuto, penso tra me e me : “come passiamo con il treno davanti a loro ci tireranno le pietre!”.

Ma l'atmosfera sul treno torna ad essere quella lasciata qualche ora prima all'andata e nessuno ci fa caso; il buon Francesco Coscioni della Neo Edizioni si cimenta nelle letture del libro del modenese e sulmonese d'adozione Riccardo Finelli Coi Binari fra le Nuvole, raccontando l'impresa epica dello scrittore che ha percorso a piedi tutta la tratta ferroviaria in 4 giorni, trovando proprio nel viaggio odierno l'espressione del proprio desiderio, percorrendola finalmente e per la prima volta a bordo del treno.
La musica trabocca dai vagoni fino ad un contagio totale che dà vita al primo trenino nel treno, queste due ore voleranno; qualche curioso, troppo curioso, scopre il modo per azionare il fischio del treno, “ok, è proprio finita” mi dico con una allegra rassegnazione, e di tanto in tanto infatti sarà una costante sentirlo fino a Sulmona. Gli obiettivi dei fotografi tornano all'opera nell'orario del tramonto, siamo in ritardo, in forte ritardo, ma il lato positivo è proprio questo: si riescono a cogliere colori speciali in pieno viaggio ed in piena montagna, anziché all'arrivo, già a destinazione.

Ho osservato a lungo tutti i volti dei viaggiatori; per me questa ferrovia era un qualcosa di abituale, di consistente, un pezzo di adolescenza, per molti di loro invece la prima volta.
Ed il mio desiderio finale al ritorno, preso da una stanchezza smisurata e da ogni tipo di dolore possibile, con un'ora di strada da fare ancora per tornare nella mia Pescara, è quello che tutto ciò che scorreva dal finestrino sia loro rimasto impresso, e che, rischiando seriamente di scomparire per sempre, da oggi diventi una sensibilità personale affinché si faccia il possibile ognuno come può per salvare la Sulmona-Carpinone e vederla ancora splendere come il sole di questa indimenticabile domenica di aprile.

Claudio Colaizzo - TransIta Onlus

 

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