Insidie sul Gravone

Insidie sul Gravone

Era metà maggio del 2004, tempi in cui frequentavo la montagna da parecchio e con quell’entusiasmo che ancora oggi è parte integrante del mio io. Tutto è cominciato con la consueta telefonata del sabato a Mario, compagno d'avventura in quota che mi ha insegnato ad andare in montagna e con il quale ho condiviso tantissime escursioni "Andiamo in montagna domani?" E lui: "Sì, andiamo a fare il canalone del Gravone, ci vediamo alle 7 e vengono Donato, Luca e Vincenzo". Gli ho detto un sì poco convinto e ci siamo congedati rapidamente dal telefono.

Il canalone del Gravone, è un nevaio perenne con esposizione a nord che da 1200 m, sale fino ai 2200 m della Forchetta di Penne, una sorta di valico selvaggio sovrastato a destra da un campanile di roccia chiamato Dente del Lupo e a sinistra dai ripidissimi pendii del monte Camicia, 2564 m, che oltre la Forca, precipita con una parete assolutamente verticale di 1200 m, la più imponente dell'Appennino dopo quella del Corno Grande; viene chiamato l'Eiger d'Abruzzo, dal nome di una nota montagna Svizzera..

Passo del Gravone
Siamo alla partenza, stiamo entrando nel canalone del Gravone con cielo terso.


E' una delle zone più selvagge e selettive del Gran Sasso, di una bellezza indescrivibile e dove i camosci si fanno scorgere facilmente ma anche di una certa pericolosità.Si parlava da anni di questo Gravone, che può essere percorso solo con un giusto innevamento, in assenza di rischio valanghe, con picozza e ramponi al seguito e tempo assolutamente stabile. Dopo tanti rinvii è arrivato il giorno fatidico. Era uno dei pochi sassolini nella scarpa che mi sono rimasti sul Gran Sasso ma le previsioni meteo della domenica, davano rischio di temporali nel pomeriggio. Non ero tranquillo e la notte in attesa dell'evento, è passata con una certa agitazione e il dubbio se andare o meno. Le prime luci dell'alba che entravano dalla mia finestra con una mattinata assolutamente serena, mi toglievano ogni dubbio. Questa volta l'appuntamento era direttamente ai piedi del Gravone, che da casa mia raggiungo in meno di mezzora, da Teramo invece ci vuole il doppio. Arrivo prima di loro e quando Mario giunge, gli ricordo che nel pomeriggio c'era rischio di pioggia. "Ehh ma sti sempre a gufà!"
"Guarda che non sono io che gufo ma i vari bollettini meteo di oggi"
"Tanto al ritorno non rifacciamo il canale ma scendiamo dalla cresta est del Camicia che è larga e tranquilla” Sapevo a cosa si riferiva, conoscevo il percorso che è la classica via di fuga dal Gravone e mi sono convinto.

Dopo il breve sentiero nel bosco, martoriato dalle valanghe invernali del Gravone, si entra nel canale innevato, pendenza costante di 30° che serpeggia stretto tre le rocce in un ambiente dantesco. Dopo un 'ora di cammino, la neve diventa dura e l'uso di ramponi e picozza diventa un obbligo, se non si vuole tornare al punto di partenza in pochi secondi e difficilmente incolumi. Questo Gravone è bellissimo dico tra me, meno male che ci sono venuto. Alle 11,30 è ora di fare uno spuntino, troviamo un piccolo terrazzo erboso 5 m sopra al canale e ci fermiamo. Non facciamo in tempo ad aprire lo zaino che una scarica di sassi con un rumore metallico assordante, precipita nel canale del Gravone dal versante opposto al nostro, proprio dove eravamo passati 5 minuti prima.Non è un evento inusuale a primavera, è causato dallo scioglimento delle nevi in quota e viene messo in cantiere come uno dei rischi che si corrono in questi percorsi.Si prosegue e si arriva al punto più delicato del percorso, dove il canalone del Gravone è chiuso da una cascata con pareti di roccia inaccessibili e un ruscello che si perde rapidamente sotto il nevaio. L'unico modo per superarla, è aggirarla a destra risalendo prati e rocce rotte con pendenza media di 50° e più. E' un passaggio alpinistico di 2° grado, ma non è bello arrampicare su roccette che spesso ti rimangono in mano; bisogna tastare bene e non concedersi la minima distrazione o si finisce davvero male. Si sale così per 150 metri e vi assicuro che è più stressante di quanto parecchie guide escursionistiche facciano credere e di parecchi percorsi alpinistici più tecnici che percorro sovente in estate.

Vincenzo, molto più alpinista di me, si impaurisce ed io penso al fatto che ci siamo messi in trappola con questa tratta che in discesa raddoppia i rischi e le difficoltà. Il cielo è velato ma nessun cumulo temporalesco solca il cielo. Ci sono le classiche nubi a pecorelle che per esperienza vi assicuro, non sempre significano pioggia a catinelle. Superata la cascata rientriamo nel Gravone per prati più tranquilli ma nonostante siano le 13, il mio stomaco è chiuso da qualcosa che mi preoccupa. Siamo a 2100 metri, quasi alla Forca di Penne, alle spalle abbiamo un percorso infernale, un tempo che mi convince sempre meno e una via di fuga che ci costringe a salire per altri 400 metri di dislivello. Quanta neve ci sarà a quella quota? E se arriva la nebbia? E le valanghe? Non sarà meglio prima salire e poi mangiare? Ma perchè non sono stato a casa oggi?

Mario continua a menarmi che sono un pessimista di natura, Vincenzo non è gioioso come sempre, Donato è la roulotte di Mario e l'unico che pensa con razionalità in quel momento è solo Luca, che anche se lo nasconde benissimo è un po' preoccupato. Tutti e due però abbiamo fiducia in Mario che in 8 anni che lo conosciamo, ci ha sempre riportati a casa sani e salvi. Talvolta però è un po' troppo temerario e anche se poi rimedia sempre, ci rende qualche escursione un pochino stressante.Durante il pranzo si decide che percorso fare e siccome nessuno aveva intenzione di ripercorrere quello alle nostre spalle, si è optato all'unanimità per la via di fuga in salita che già avevo effettuato con Mario nel settembre di qualche anno prima, dopo essere arrivati alla Forca di Penne con un altro percorso.

Si riparte con un cielo coperto da nubi ancora piuttosto alte e si sale faticosamente alternandoci alla testa del gruppo, tra una spessissima coltre di neve morbida; si raggiunge la testata del Gravone e la Forca di Penne con lo spettacolare Dente del Lupo a destra. A sinistra inizia la via di fuga verso il Monte Camicia, attraverso prati ripidi all'inizio e resi insidiosi dal sottile stato di neve che li copre a tratti. Cerchiamo di arrampicare sulle rocce e ne riusciamo ad uscire senza particolari problemi. Ora il pendio è meno ripido e il peggio alle spalle ma proprio alle spalle, voltandomi per uno sguardo al Dente del Lupo, noto una coltre di nebbia che sale rapidamente dall'infernale parete nord del Camicia.In un attimo la visibilità è zero e comincia a cadere neve a pallini o più correttamente, pioggia gelata. Non è un grosso problema, la salita porta in ogni caso alla cresta est del Camicia e quindi continuiamo.

Passo del Gravone
La temibile parete nord del monte Camicia, 1200 metri assolutamente verticali, da una postazione diversa da quella dell'escursione.

Passo del Gravone
Gran Sasso orientale, con da sinistra il Dente del Lupo, il monte Camicia ed il monte Prena.

Passo del Gravone
Da questa foto scattata sul monte Coppe, si intravede tutto il tratto alto del canale del Gravone fino alla forca di Penne, la selletta tra il Dente del Lupo a dx ed il monte Camicia a sx, di quest'ultimo non si vede la sommità.


Dopo 15 minuti, inizia una fitta nevicata che sembra Natale ma la direzione che seguiamo è giusta; l'unico inconveniente è dato dalla neve a terra che è ben più di quella che solitamente si trova in questo periodo. Ci spostiamo a destra seguendo il crinale di alcune roccette onde evitare il rischio di essere travolti da qualche slavina e continuiamo a salire ben consapevoli di dove stiamo andando ma con visibilità nulla e una nevicata sempre più fitta e fastidiosa.

Mario apre la pista e comunica a tutti, dopo aver percepito una folata di vento che è giunto alla cresta del Camicia. Lo raggiungo rapidamente ma mi accorgo subito che quella a mio avviso non è la cresta est del Camicia. Controllo l'altimetro, 2480 m; "Con l'altezza ci siamo ma con la cresta no", dico a Mario. "A me sembra lei!" risponde e insiste che scendendo a destra di 10 metri trovavamo il sentiero del ritorno. Io a destra sentivo puzza di parete nord del Camicia e non ero l'unico a pensarlo.

Mi sono imposto e senza troppa fatica ho convinto Mario che quella non era la via giusta, anche se la verità difficilmente la scopriremo in futuro. Con quel gesto però mi sono reso conto che Mario non era il solito Mario autoritario e sicuro di se.

Passo del Gravone
L'incubo è finito, la neve e la pioggia sono cessate e siamo di nuovo al sicuro nel canalone del Gravone, dopo la discesa dei prati ripidi.


La cresta est del Camicia, la conosco bene e l'unico modo per spiegare la stessa altitudine nella quale ci trovavamo, è che stavamo camminando su un crinale secondario perpendicolare a quello principale ma che in ogni caso e a breve ci avrebbe condotto alla est.

In ogni caso mi rendevo anche conto di essere diventato il capo guida, cosa che non mi tranquillizzava affatto. Ho preso in mano la testa del gruppo e ho deciso di continuare a seguire il crinale secondario, tanto di lì a poco, la cresta est del Camicia sarebbe comparsa. Purtroppo, una fievole schiarita ci fa intravedere un'altro crestone roccioso da superare. Lo raggiungiamo rapidamente nella nebbia tornata subito fitta e mi rendo conto che siamo nella merda. C'è un accumulo di neve spaventoso che non consente di aggirare in sicurezza l'altura; tagliare per i prati sottostanti a sinistra stracolmi di neve e in apparenza senza pericoli, potrebbe fare staccare una valanga, a destra ci si convince tutti che c'è il rischio paretone.

Chiamo Mario: "Adesso dove passiamo? Dove c.... siamo finiti?" Tento l'approccio con il crestone ma c'è troppa neve e sia Mario che Luca, mi invitano a lasciar perdere, ci sono troppi pericoli che parta una slavina. Vincenzo va in tilt e per un attimo si fa cogliere dal panico, Donato non si capisce, io comincio a pensare a come uscire dalla situazione con Mario ma Luca propone per tutti di tornare sui nostri passi e ridiscendere per il maledetto Gravone. Nessuno lo applaude ma ci rendiamo conto che è l'unica soluzione. Guardo l'orologio che segna inesorabile le 16,30 e dico:

"Sbrighiamoci però perchè non intendo bivaccare in quota questa notte; ho un padre e una madre estremamente apprensivi e non credo che nessuno di noi voglia dormire qui".

Da questo momento, conscio del pericolo che stavamo correndo, mi rendo per la prima volta conto di cosa sia l'adrenalina nel sangue. Non senti caldo, freddo, fame, sete, fatica, hai un energia inesauribile, nervi saldi e concentrazione massima. Ti poni un obiettivo, in questo caso il ritorno a casa e non vedi altro che la tua casa, il tuo letto e i tuoi cari. Non importa se ti scappa una pisciata diluviale da più di due ore, passa in secondo piano. Diventi paterno nei confronti dei tuoi compagni di sventura più in difficoltà, li esorti, li incoraggi di continuo e quando serve gli strilli pure; tutto deve essere perfetto, l'errore non è più concesso a nessuno e nessuno deve perdere coraggio e determinazione o sono guai per tutti. A differenza di Luca non sono credente, per cui in questi casi non ho santi a cui votarmi.

Iniziamo la discesa cercando di seguire le tracce sulla neve lasciate in salita; Vincenzo è titubante, si ferma di continuo, Mario mi è accanto ma non prende la testa del gruppo, è la cosa che continua a preoccuparmi maggiormente. Ci fermiamo di continuo per non perdere Vincenzo nella nebbia e per allentare la tensione gli urlo: "Ci sei?" e in coro:"Ce la fai? Sei connesso?". Ci teniamo sulla crestina di rocce per tenerci fuori dal percorso di eventuali valanghe che possono staccarsi dal punto in cui siamo ritornati sui nostri passi. Non si vede nulla e la neve cade sempre fitta, attraversiamo un punto senza neve e dove le tracce della salita non sono più visibili e purtroppo subito dopo si aprono davanti a noi due percorsi separati dalla cresta di rocce che stavamo percorrendo.

Il Gravone è li sotto ma da quale canalone siamo saliti? Mario prende la bussola e la cartina e dice che il Dente del Lupo gli viene segnalato a sinistra; io non sono tanto convinto e cerco di entrare nella nebbia con lo sguardo nel percorso di destra ma lui insiste con convinzione e me lo dimostra con carta e bussola. Ancora una volta Luca prende la decisione più saggia per tutti: telefona a Marzia, amica comune e accompagnatrice di escursionismo del Cai, le comunica la nostra posizione, la nostra situazione e il percorso che ci aspetta. Non è un Sos ma una semplice chiamata di preallarme in attesa di eventi successivi che provvidenzialmente si presentano prima della fine della conversazione. Si apre una timida e brevissima schiarita che mi fa intravedere il Dente del Lupo che riconosco subito sotto al percorso di sinistra, riusciamo anche a intravedere le impronte della salita più in basso. Riconosco subito che mi sono sbagliato scusandomi e il gruppo riprende ottimismo e coraggio.

Vincenzo riesce gradualmente a riprendere fiducia in se stesso ma sia lui che Donato rimangono sempre indietro. Mario tornato finalmente lui, si occupa di loro mentre io e Luca cerchiamo i passaggi più semplici per scendere in sicurezza tra gli insidiosi prati ripidi immediatamente sopra al Gravone, che raggiungiamo con un tuffo liberatorio nel suo nevaio, finendo con la neve fino alle ascelle. Io sono raggiante, sprizzo vitalità da tutti i pori, pur nella consapevolezza che la parte più brutta, l'aggiramento della cascata, è ancora lì sotto ad aspettarci. Luca non si scompone più di tanto e mi invita a non cantar vittoria prematuramente.

Quando anche Donato e Vincenzo raggiungono la Forca di Penne e quindi il Gravone, il tempo torna pessimo, la visibilità inesistente e infuria un'autentica tormenta di neve. Camminiamo vicini per non perderci nella nebbia e in lontananza tra i ticchettii dei fiocconi di neve sulla giacca a vento, iniziamo a percepire quasi contemporaneamente il rumore della cascata.

Più il rumore si avvicina più la tensione aumenta, nessuno parla più ma finalmente Mario riprende la guida del gruppo con passo deciso e sicurezza piena di se.

Abbandoniamo il Gravone e risaliamo a sinistra per i prati che conducono al baratro che in un attimo si apre davanti a noi. La nebbia non lascia intravedere nulla ma Mario ha già individuato il canalino dal quale siamo saliti all'andata.

E' orribile ed in più l'erba bagnata e quindi insidiosissima complica ulteriormente le cose.

Vincenzo ritorna in tilt, io gli rimango accanto e cerco di rivitalizzarlo e contemporaneamente sgrido Donato che passeggiando nervosamente a monte del baratro, aveva fatto involontariamente partire una pietra mentre Mario era sotto a cercare un percorso meno difficoltoso.

Mario è tornato al pieno delle sue facoltà, lui ha un fiuto straordinario per i fuoripista o vie di fuga; nessuno lo vede tra la nebbia ma è là sotto a cercare il miglior compromesso per aggirare la cascata del Gravone nel modo più indolore possibile.

Io e Luca proviamo a chiamarlo: "Maarioo, Mariooo"! Nessuna risposta e preoccupazione che incalza: "Maaarioooooooo"! "Ohhhhhu, sting ekk"! ( Sono qui!).

"Sei riuscito a trovare qualcosaa?""Statta calm, mo ving e te lu dek"! ( Stai calmo, adesso vengo e te lo dico).

Riappare la sua sagoma nella nebbia ed io e Luca in fermento lo invitiamo ad illustrarci sul da fare.

"Il canale di salita con l'erba bagnata richiede molta attenzione ma siamo sicuri che riporta al Gravone senza sorprese; più in là ce n'è un altro meno ripido ma probabilmente più lungo e non ho la certezza che arrivi al Gravone senza strapiombi; purtroppo non si vede un cavolo.
In caso di salti di roccia non superabili, ho nello zaino 30 metri di corda
". Ed io: "Ma se tu assicuri una corda e intendi riportartela a casa, come fai a scendere poi"? "In casi estremi ce la lascio attaccata. Che vogliamo fare"?

Classica roulette russa, vengono alla mente detti tipo: chi lascia la strada vecchia per quella nuova...., ma quella vecchia sappiamo tutti che fa schifo.

Anche questa volta Luca decide di richiamare Marzia e aggiornarla sulla situazione e anche stavolta come per miracolo la nebbia si dirada un attimo e lascia intravedere buona parte del percorso alternativo eccezion fatta per la congiunzione al canale del Gravone, che potrebbe essere un muro di roccia.

Decidiamo di arrischiarci sull'itinerario alternativo; son le 18,45 e iniziamo la discesa.

Il rischio di caduta sassi durante la discesa è notevole, pertanto invitiamo Donato , il più maldestro a prestare attenzione.

Mario apre pista, Luca ed io ci mettiamo al centro ponendo attenzione a tenere unita la testa con la coda del gruppo.

Inizia la serie di strilli che mi porterà a casa senza voce; questi i dialoghi:

Massimo: Marioooo, fermati che Donato e Vincenzo sono rimasti più sopra e rischiano di colpirti con qualche pietra; trovati un riparo.
Mario: Va bone!
Massimo: Donato, Donatoo, fermati, non ti muovere fino a che Mario non è al riparo.
Ripartono con estrema lentezza e il tempo scorre inesorabile.
Luca: Tutto apposto?
Donato e Vincenzo: Si!
Massimo: Marioo, sei fuori traiettoria, puoi ripartire
Mario: Va bone
La seconda fase della discesa è ripida e insidiosa, pietre attaccate con lo sputo e altre che come le sfiori partono in picchiata.
Donato: Sassooo
Massimo: Porca vacca!
Luca: Sassoooooo
Mario: Dua stà? Ah lo su vist! (Dove stà? Ah l'ho visto)
Donato: Sassooo
Luca: Ahia
Massimo: Donatoooo, cerca di concentrarti su dove metti i piedi o ammazzi qualcuno.
Donato: Sassooo
Questa volta mi ha beccato lo zaino.
Luca: Donatoo, se non fai attenzione veniamo su e ti abbattiamo.
Donato: Scusate
Massimo: Fai una cosa, facci mettere al riparo poi scendi con Vincenzo ok?
Donato: Va bene.
Massimo: Mariooo, fermati perchè così non si può continuare; dobbiamo scendere compatti o rischiamo le pietrate.
Mario: Ok
Massimo: Riesci a vedere qualcosa là sotto?
Mario: Per ora è tutto ok.
Massimo: Tutto bene Vincenzo? Vincenzoooo
Vincenzo: Insomma
Massimo: Hai bisogno di aiuto?
Vincenzo: No piano piano arrivo.
Massimo: Vai tranquillo, l'importante e arrivare al Gravone prima che faccia buio, poi l'ultima tratta ce la possiamo fare con la torcia.

Non nevica più, pioviggina ma c'è sempre molta nebbia; sono teso anche se cerco di nasconderlo per incoraggiare Donato e Vincenzo e il ripidissimo pendio sembra non avere mai fine. Gli appigli sono sempre un terno al lotto, quindi è spesso meglio affondare la picozza nel terreno e attaccarsi a lei in discesa utilizzandola come se si stesse scendendo da una cascata di ghiaccio. Mi attacco anche ai ginepri, che offrono una presa sicura ma dolorosa; ma chi lo sente il dolore in quelle situazioni?

All'improvviso una schiarita, sarà quella definitiva, visto che in meno di tre minuti il cielo tornerà sereno e avremo finalmente una visibilità ottima.

Ancora uno strappo in discesa poi da un terrazzo erboso, Mario comunica a tutti che siamo salvi. perchè non ci sono scarpate di roccia per rientrare nel Gravone.

Ci fermiamo tutti sul terrazzo erboso in attesa che anche Vincenzo e Donato arrivino e li incoraggiamo tutti, comunicandogli che l'incubo è finito.

Torna la serenità in tutti i sensi, sono le 19,30 e poco più di un' ora di cammino tranquillo ci separa dalle auto.

Decido di chiamare casa per informare i miei del ritardo, mia madre si era già allertata e l'ho bloccata appena in tempo prima che facesse danni.

Ultimo strappo in discesa ripida ed eccoci nel Gravone, ci rimettiamo i ramponi per il tratto ghiacciato del canale e percorriamo gli ultimi 15 minuti di escursione nel bosco e nel buio pressochè totale .

Alle macchine ci abbracciamo tutti complimentandoci tra di noi e ringraziandoci a vicenda di non esserci fatti cogliere dal panico.

Vincenzo con la picozza disegna una croce nel fango e dice: Caro Gravone, ti cancello dal resto dei miei giorni con questa bella croce.

Mario, per sdrammatizzare il tutto, chiude la domenica con questa frase: "E' stata una bella passeggiata!"

 

Mahh, bella sicuramente ma gradevole....

Siamo stati bravi e fortunati; la montagna ci ha dato una lezione che difficilmente scorderemo e chissà che anche Mario in futuro non sia meno ottimista.

In ogni caso anche questa volta, nel bene e nel male ci ha riportato a casa.

Come si fa a non andare in montagna con uno come lui?

 

Massimiliano Fiorito

 

Commenti  

 
-1 #3 stefano 2011-04-15 06:43
bravi ragazzi....forza coraggio ed onore..
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+4 #2 julien 2010-12-21 14:18
k avventura incredibile!!! sono rimasto inchiodato allo schermo, rapito dalla vostra avventura! complimenti x i dettagli del racconto! era come se tessi li cn voi a vivere la vostra esperienza! ciao e grazie del racconto :)
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+4 #1 ANTONIO CORRADO 2010-12-21 07:55
Bella storia. Una lezione di vita e di passione.
Complimenti
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