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Un entusiasmante romanzo storico di esordio a dicembre nelle librerie italiane.

Nicola Mastronardi ha scritto “Viteliu, il nome della Libertà” per restituire la dignità perduta ad un intero territorio.

È un viaggio nel mondo nascosto dei popoli italici, il romanzo d’esordio di Nicola Mastronardi, scrittore e saggista di Agnone, per metà molisano e per metà marsicano (la famiglia materna  è di Avezzano, sua nonna andava a scuola con Ignazio Silone). Si chiama “Viteliú – Il nome della Libertà”, dal termine osco antico ed originario della parola latina “Italia”. Un romanzo storico che si annuncia prezioso, di 480 pagine, ambientato nella Marsica, nella Conca Peligna e in Alto Molise al tempo della Guerra Sociale e della Guerra Civile che dal 91 all’82 a. C. videro per l’ultima volta opposti Roma e i popoli italici, i Vitelios (in osco, i figli del toro). Un viaggio entusiasmante, già definito dai lettori della casa editrice un “capolavoro emozionale”, che ha l’ambizione di far riemergere l’identità storica della prima Italia politica e renderla nota ben oltre i confini abruzzesi e molisani.

Un incubo proveniente dal passato spinge un vecchio cieco a riprendere in mano il proprio destino e quello di suo nipote salvato dalle stragi dei sicari di Silla. Sulla sua anima di capo supremo, il peso della distruzione del suo popolo martoriato, di cui tenterà di riscattare almeno la memoria. Così, accompagnato da un nipote ritrovato nei meandri di Roma, intraprenderà un viaggio, che diventa un percorso emotivo e di riscoperta di una identità che rischiava di essere perduta, attraverso la Marsica e la Conca Peligna, verso l’Alto Sannio. Solcheranno insieme il territorio, la valle e il Fucinus Lacus, che si estendono intorno ai monti Velino e Sirente. Attraverseranno Lucus Angitiae, l’ attuale Luco dei Marsi, Marruvium, oggi S. Benedetto dei Marsi, Cocullo, Sulmona, e poi l'altopiano delle Cinque Miglia fino alla valle del Sangro. Per raggiungere l’Alto Sannio, la parte più settentrionale del Molise. Durante l’avventura tra le terre di Viteliú, la Prima Italia, si scoprono personaggi autentici, si rivela al lettore, sempre più incuriosito dalle vicende che appartengono alla sua stessa storia, l’origine di una nazione, l’essenza dell’identità persa nei secoli. Tra le vette della Montagna Madre, la Majella e la sua affascinante leggenda, i riti orgiastici e fecondi di Maja, la dea della primavera e l’Herekles, si delineano i personaggi, come il “valente soldato, il Luparo, uno dei primi tra i Marsi”, e Quinto Poppedio Silone, indomito condottiero marso, uno dei due comandanti in capo agli Italici nella Guerra Sociale contro la potenza romana.

L’intreccio narrativo di Mastronardi, infatti, comincia proprio diciassette anni dopo la Guerra Sociale. Lo scontro che, dal 91 a. C., vide protagonisti i popoli italici in opposizione alla oligarchia romana, uniti in una nazione, chiamata appunto Italia, per conquistare prima diritti di cittadinanza, poi la piena indipendenza, dando un nome alla propria identità: Viteliu, Italia. Silone era amico del tribuno Marco Livio Druso, assassinato per i suoi tentativi di concedere diritti e piena cittadinanza per gli Italici soci di Roma da oltre duecento anni. La scintilla della guerra arrivò da Ascoli, dove la popolazione trucidò tutti i romani presenti in città. A questo punto, i dodici popoli dei Vitelios si unirono, radunando centomila soldati, formando un parlamento e stabilendo la propria prima capitale a Corfinium, che chiameranno Italica. Nel 90 a. C. il condottiero supremo dei Marsi, Silone, vinse una cruenta battaglia contro Roma, il cui trionfo fu celebrato a Bovaianom, nel Sannio e impresso in una moneta.  Ma, nell’89 a. C. egli perse contro i romani guidati da Gaio Mario, nello scontro di Alba Fucens e in Val Comino per morire in una successiva battaglia.

La Guerra Sociale e le sue stragi dopo qualche anno si spensero, Mario concesse ai Sanniti e ai loro alleati i diritti per cui avevano lottato e che avevano contribuito a costruire. Ma nell’82 a. C. tornò a Roma Lucio Cornelio Silla, esponente dei Conservatori del senato romano spedito in Oriente dopo la Guerra Sociale, che si impose con la forza. Il suo scopo era annullare i diritti concessi ai Vitelios e soprattutto cancellare l’etnia Sannita dalla faccia della storia tentando un genocidio e la damnatio memoriae nei confronti della indomita tribù dei Pentri.

Costruito su questo epico sfondo storico il romanzo di Mastronardi riesce a restituire voce ad otto secoli di storia italica completamente ignorati dai volumi scolastici del Novecento, figli dell’epoca fascista nella quale Roma imperiale doveva prevalere su tutto il resto. Dopo sette anni di lavoro e di ricerche certosine, Viteliú (edito da Itaca Edizioni, la casa editrice nazionale di riferimento di CL) sarà nelle librerie italiane a dicembre. Ma non finisce qui. Nel 2013 sarà pubblicato il secondo romanzo tutto sulla cruenta epopea della guerra sociale. I due volumi di Mastronardi sono inoltre il mantra da cui nasce un progetto di marketing territoriale, a cui seguirà un film, a favore dell’area centrale di Viteliú: Marsica, Conca Peligna e Alto Sannio, e che dalla realtà abruzzese e molisana riuscirà a raggiungere tutta la penisola e andare ben oltre.  Per far comprendere l’importanza storica del territorio da cui ebbe origine la comunità genetica della Prima Italia.

Per addentrarsi nelle intriganti pagine di Viteliú, si può prenotare il romanzo sul sito Internet della casa editrice www.itacaedizioni.it.
Da non perdere.

Per informazioni:

Ufficio stampa Progetto Viteliú

Adelina Zarlenga: 339.1996010, 339.7893125

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L’autore

Nicola Mastronardi, 53 anni, giornalista, saggista. Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze - Indirizzo Storico-Internazionale. Membro dell’Accademia dei Georgofili, è studioso delle civiltà semi nomadi dell’Appennino italiano e del Mediterraneo. Da venti anni alterna la libera professione nel campo dei reportages di turismo escursionistico, agli interessi di storia antica (sannita) e contemporanea. Addetto stampa di istituzioni e ambienti politici italiani, ha collaborato, tra le altre, con testate come La Repubblica, Il Sabato, Il Tempo, riviste del gruppo QN-Quotidiani Nazionali e trasmissioni televisive della Rai Radiotelevisione Italiana. Dal  2003 al 2010 è stato consulente di Linea Verde Orizzonti, Rai Uno. Cultore di Storia del Giornalismo e Storia Contemporanea presso il Corso di laurea in Scienze Politiche dell’ Università degli Studi del Molise, nel 2011 ha pubblicato “Gheddafi,  la rivoluzione tradita” ( Mimesis Edizioni, Mi). Noti i suoi saggi sul sistema tratturale dell’Appennino italiano e il volume “I Giganti verdi – Immagini e suggestioni sui tratturi del Molise” (Volturnia Ed., 2006)

“Viteliú, il nome della libertà” è il suo romanzo d’esordio cui seguirà un secondo libro sulla Guerra Sociale e una trilogia sulle guerre sannitiche del IV e III secolo avanti Cristo.

 

di Marco Ciaffone


Il lago di Secinaro (foto di Vittorio Palma)

Non ho mai visto così tanti miei compaesani immergersi nella lettura di un libro che affondasse le sue radici fin dentro il cuore più profondo della storia della loro terra. Il libro in questione è "Polvere di Lago", lavoro di Francesco Proia, giovane originario di Luco dei Marsi. Leggendolo ho capito perché. Il dosaggio tra le ricostruzioni sulla storia che ha preso vita nei secoli sulle sponde del lago Fucino, fino ad arrivare al suo prosciugamento, e un intreccio narrativo che lascia largo spazio alla fantasia senza mai perdere un'aura di verosimiglianza sembra quello giusto, mentre una prosa piana e lineare permette ad un pubblico molto vasto di avere accesso ai costanti riferimenti al vissuto della Marsica.

Un vissuto che diventa un puzzle la cui ricostruzione viene affidata alle vicende di Alessandro, giovane universitario romano che si trova a vivere il momento più tragico della storia recente dell'Abruzzo, il terremoto aquilano del 2006. Spetta a lui, e alla sua fortuna, il compito di effettuare un ritrovamento archeologico che lo rende in poche pagine l'impersonificazione di un legame che dura da millenni, quello tra Roma e il Fucino. Il mistero che si apre attorno al ritrovamento porterà in breve Alessandro proprio a Luco dei Marsi, a ridosso del Bosco sacro della Dea Angizia venerata da quel popolo antico che si meritò, sul campo, il rispetto della Roma imperiale.

La prima parte del libro è così densa di ritratti su un patrimonio storico che viene troppo spesso ignorato e sottovalutato dagli stessi marsicani; dal tesoro archeologico di Alba Fucens al sogno del prosciugamento del lago testimoniato dai Cunicoli di Claudio fino al filo rosso che lega le antiche guerre sociali dei popoli italici a Fontamara, ogni singolo elemento del territorio viene messo a sistema testimoniandone con fatti e personaggi l'importanza storica che riveste. Un approccio che raggiunge il picco nella narrazione della seconda opera idraulica più importante della storia dell'uomo, il deflusso delle acque del Fucino nel fiume Liri e l'emersione delle terre che sono ora il cuore pulsante dell'economia agricola marsicana. Il percorso che porta dalla canna da pesca ai trattori è dipinto come l'impresa tentata da molti e riuscita solo ad uno: il principe Alessandro Torlonia.



L'anfiteatro di Alba Fucens (foto di Vittorio Palma)

Il tutto si mescola alla parte romanzata, alla storia creata da Proia, che nella seconda parte dal libro innesca un climax di avvenimenti che si incrociano e sono destinati a risolversi, come nei migliori romanzi, solo al termine. Mentre nella mente del lettore appaiono luoghi conosciuti da una vita ma mai visti in una luce così particolare e affascinante.

Dal libro viene fuori senza dubbio l'attaccamento dell'autore alla storia del suo territorio e la speranza che essa possa diventare presto una risorsa e non un rimpianto a tempo indeterminato per un tesoro non valorizzato. Di sicuro, con la sua opera, ha contribuito non poco a far compiere alla Marsica un passo verso questa direzione.

 


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