Un fantastico trekking nel cuore delle nostre montagne

Un fantastico trekking nel cuore delle nostre montagne

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Il nuovo lavoro editoriale di Sergio Scacchia, “Il mio Ararat“, non è solo il resoconto di una lunga traversata sulle montagne più belle dell’Abruzzo teramano e aquilano ma, come scrive nella prefazione l’ingegner Gianpiero Castellucci, presidente dell’Archeoclub sezione di Teramo, è anche un palinsesto di suggestioni, una sovrapposizione d’informazioni, di dati che evocano incanti, fascinazioni, riflessioni personali, ricordi.

Dopo il successo di “Silenzi di pietra”, questo secondo libro racconta l’esperienza di viaggio di due affiatati amici di trekking, impegnati in una serie di spettacolari escursioni attraverso il cuore di due province, quella teramana e quella aquilana, tra luoghi meno conosciuti come i misteriosi monti della Laga, e zone più note e frequentate come le cime e i borghi del Gran Sasso.

Calascio

I luoghi descritti sono la parte più vera della nostra terra, dove pochi vanno o possono andare per le difficoltà orografiche. Ma secondo l’autore la stessa asprezza e inaccessibilità trasforma quelle contrade, quelle cime in luoghi dello spirito, in santuari, usando un termine che sempre più spesso viene adottato per indicare le aree naturali protette di particolare bellezza e rarità.

Conosceremo, seguendo per lunghi giorni le orme di Sergio e Massimiliano, l’Appennino più misterioso dell’intera dorsale, le montagne più riservate ed esclusive fra quante è dato di visitare, chiese abbandonate, pale d’altare e documenti di pietà popolare, resti di civiltà arcaiche, segni rarefatti di presenze continuative di donne e uomini vissuti con altri sentimenti, con altri desideri, con altre sapienze, con altre manualità e con altre regole.

Chilometri e chilometri, percorsi a piedi con una partecipazione così attenta, da ricordare la devozione dei Cammini, gli antichi pellegrinaggi religiosi.

E’ bene usare il termine suggestioni perché il mondo reale e l’ambiente descritto nel libro sono filtrati dalla sensibilità dell’autore che da tempo ha instaurato un rapporto personale e strettissimo con le sue montagne, che conosce bene e che nel libro ripercorre contemplandole con atteggiamento religioso.

L’Ararat è la montagna dove si arenò l’Arca di Noè dopo il Diluvio Universale, la vetta sacra che angeli, con spada e fuoco, rendono da sempre inaccessibile ai piedi umani. Un posto sacro, luogo di miti e leggende che gli esperti situano nella regione montuosa dell’Urartu, un vasto territorio in cui fiorì tra il X°e il VI° secolo ante Cristo, un regno potente a lungo rivale di quello assiro.

Questo mondo verticale, per Scacchia, rappresenta, con i suoi valori simbolici, l’itinerario fisico e spirituale attraverso le nostre montagne, non sulle tracce di Noè, ma alla ricerca di noi stessi e del nostro rapporto con la natura e con gli altri.

Sono storie di algidi bivacchi sotto una coltre di faggi, nella rientranza di una parete rocciosa o accanto ad un macigno cubico. Storie di uomini dalle solide radici permeate da quella cultura che custodisce ancora un mondo ineguagliabile, quello perduto della civiltà contadina, artigiana e soprattutto pastorale.

Miti, leggende, credenze e testimonianze che dipanano una narrazione non soltanto geografica ma anche antropologica.

Nel solco della letteratura di viaggio, un libro brillante con una grande mole di riflessioni e indicazioni per camminare in ambienti ancora incontaminati, perché nulla è permanente nella vita, tutto è provvisorio, eccetto la montagna.

Ne “Il mio Ararat”, oltre alla consueta partecipazione di Massimiliano Fiorito che illustra in una sezione apposita alcuni percorsi facili e adatti alle famiglie, ci sono anche ben 32 pagine fotografiche di Alessandro De Ruvo, ad impreziosire il lavoro con i suoi stupendi scatti fotografici che narrano, in immagini, il percorso effettuato a piedi.

veduta panoramica da Rocca Calascio

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